La chiesa di San Paolo che sorge ai piedi del declivio occidentale del Colle della Rocca, nel cuore del centro storico di Monselice, è stata oggetto, dal 1985 in poi e a varie riprese, di indagini archeologiche che si sono sviluppate sia all’interno sia all’esterno dell’edificio. Tali interventi hanno messo in luce la complessità del palinsesto architettonico ed evidenziato come la cripta risalente alla metà del XII secolo, fosse stata edificata sfruttando le murature perimetrali di un edificio più antico. L’indagine archeologica interna all’edificio fu completata dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e del Paesaggio del Veneto Orientale alla fine degli anni ’90 del Novecento, allorchè si concretizzò la volontà dell’Amministrazione Comunale di integrare l’edificio del San Paolo in un circuito museale della città. L’indagine della Soprintendenza rilevò che le fondazioni del primo edificio tagliavano sia sedimenti antropici contenenti materiale ceramico protostorico e altomedievale sia sedimenti di deposito naturale e di colluvio. Il materiale ceramico parla di una frequentazione diretta o indiretta del sito almeno dalla fine dell’età del Bronzo. I reperti più recenti indicano una datazione intorno al VII secolo. Probabilmente risale a questo periodo la costruzione della piccola chiesa altomedievale a navata unica larga circa 8 metri e lunga circa 8,50 metri con atrio profondo circa 3.30 metri e terminante in tre absidi. Già verso la fine dell’XI secolo la chiesa viene ampliata, addirittura raddoppiata nel senso della lunghezza, e il piano pavimentale viene rialzato di quota. Un ulteriore ampliamento verso nord avviene tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo quando viene aggiunta anche una navata laterale absidata. Intorno alla metà del XIII secolo viene realizzata la cripta di S. Sabino: l’intervento comporta una consistente sopraelevazione del piano pavimentale orientale sovrastante la cripta, con la creazione di un ampio presbiterio rialzato.
La visita pastorale del vescovo Barozzi nel 1489 restituisce una descrizione dettagliata dello stato della chiesa. I piani di calpestio della chiesa erano tre: uno inferiore, che coincideva con la zona riservata alle donne (zona d’ingresso); da questo piano si accedeva per “schalas lapideas sinistras” alla navata laterale e alla zona riservata al coro dei chierici e agli uomini; dietro al coro, sopraelevato di tre gradini, vi era il presbiterio; coro e presbiterio risultavano volumetricamente e architettonicamente distinti dal resto della chiesa. La chiesa è divisa in due navate, una «media» e l’altra «settentrionale». È inoltre divisa trasversalmente da una parete, costruita parte in mattoni e parte in pietra, sormontata da colonne che terminano “cum lapidibus quadrangulis supra columnas iacentibus, alta piedi quindici (m. 5,39 circa). La parete separa la zona riservata agli uomini da quella riservata alle donne. Il coro dei chierici è al centro dell’aula: sotto il suo pavimento è situata la cripta volta, tripartita, larga passi due (m. 2,28 circa), lunga quattro (m. 4,57 circa), alta, fino ad initia fornicis, passi uno (m. 1,14)” il cui spazio è suddiviso (frontalmente) in tre arcate: nella centrale è collocato un altare non consacrato, rivolto verso oriente. Precisa nuovamente l’ubicazione del coro: sopra la cripta sono collocati il coro e il “mascolorum locus quemadmodum superius dictum fuit” (non esiste quindi dubbio alcuno sulla ubicazione della zona riservata agli uomini). La navata centrale ha due altari: uno rivolto a oriente, consacrato, discosto dalla parete piedi cinque (m. 1,77 circa): si tratta dell’altare maggiore; l’altro, non consacrato, aderisce alla parete australe (parete destra, per chi guarda l’altare): vi è conservato il Corpo di Cristo. Un altro altare, non consacrato, è nella navata laterale, in una piccola abside, ed è dedicato a san Giovanni Battista. La navata centrale riceve la luce da una finestra aperta nella parete di fondo, parete orientali, dietro quindi l’altare maggiore e da altre cinque aperte nella parete destra, australi.
La navata laterale riceveva luce da tre finestre. Per quanto concerne le strutture architettoniche le due navate sono divise da quattro arcate sostenute da pilastri di mattoni. Il tetto della navata centrale è a volta, intonacata di bianco, ripartita in due grandi arcate, probabilmente a botte. Il pavimento della chiesa è costituito in parte da pietre sepolcrali, in parte da laterizi, in parte inesistente (terra battuta).
In epoca compresa tra il 1489 e il 1602 fu aggiunta l’attuale navata sinistra allo scopo di dare spazio e respiro all’intero edificio. In realtà non si trattò della costruzione di una navata vera e propria, bensì di tre cappelle intercomunicanti, accogliendo, in parte, i suggerimenti fatti durante la visita pastorale del Barozzi. Secondo le indicazioni del vescovo, si sarebbe dovuto trasformare la navata laterale in quattro cappelle: si pensò, invece, di dilatarne lo spazio con una costruzione ex novo sul fianco sinistro (l’attuale navata laterale). Nella seconda metà del XVI secolo, dopo il 1571, lo spazio antistante alla cripta venne chiuso e adibito a sepoltura: le sovrastanti strutture vennero pertanto allineate alla “schalas lapideas sinistras” che dal piano inferiore della chiesa (zona riservata alle donne) conduceva al piano superiore (zona riservata agli uomini e ai chierici). I lavori, con tutta probabilità, fecero seguito all’ordinanza del vescovo di Padova, Nicolo Ormanetto, che durante la visita pastorale del 1571 dispose che in chiesa fossero “imbucati tutti li busi..”. Nella prima metà del XVIII secolo il progetto di sopralzo venne riesumato e prevedeva l’abbattimento della chiesa e la sua ricostruzione su basi nuove. Incontrò, però, inaspettatamente, quando già erano avviate le pratiche per l’inizio dei lavori, la netta e tenace opposizione dei deputati della Comunità. Il contrasto diede luogo a una vertenza giudiziaria che si protrasse fino a tutto il 1708 e parte del 1709 e si concluse con un compromesso. Il progetto fu ritirato e sostituito con uno intermedio che, rispettando le strutture esistenti in piano e i muri perimetrali fino all’altezza delle volte dei sotterranei, al cui livello fu portata tutta la pavimentazione della chiesa, limitò l’ampliamento alla reimpostazione architettonica del presbiterio e alla correzione in verticale dei volumi. Il motivo dell’accanita opposizione dei deputati va ricercato nella volontà di preservare un edificio cittadino ritenuto antichissimo, che custodiva venerande memorie di storia patria e, soprattutto, le vestigia del tempio di Giove ricordato anche nel 1489 dal segretario del vescovo che, citando il dato della tradizione sulle origini pagane della chiesa di S. Paolo, si rifà a una iscrizione incisa nel suo interno, trascritta, un cinquantennio più tardi, dallo Scardeone, andata, poi, perduta. Le vestigia del tempio, stando a quanto risulta dagli atti processuali, erano ancora visibili nella prima metà del XVIII secolo: i fautori della ricostruzione della chiesa dalle fondamenta non ne negavano l’esistenza e il valore storico ma invocavano lo stato di necessità a favore del culto e della sicurezza dei fedeli, esposti al pericolo di crolli improvvisi a causa delle strutture ormai fatiscenti.
A partire dalla seconda metà del XV secolo, l’accesso alla chiesa era diventato anomalo: gli ingressi dalla plathea antistante (quello principale della facciata e quello secondario della navata) erano stati chiusi e l’accesso in chiesa limitato alle due porte laterali.
Nel XVIII secolo, unificata la pavimentazione della chiesa al livello della navata laterale, fu costruita una scalinata che dal piano della strada portava in chiesa. Il nuovo ingresso fu abbellito con il portale di stile classico, sormontato da un timpano e sostenuto, ai lati, da due mezzi pilastri.
Nel 1470 con la chiusura degli accessi centrali era stata costruita la loggia Bolani. Tale loggia fu demolita nell’Ottocento e, al suo posto, nel 1836 fu addossato alla chiesa il palazzo municipale, demolito a sua volta nel 1965/66.
Nel 2000 grazie a un cospicuo finanziamento pubblico nazionale destinato al recupero della chiesa di San Paolo, già di proprietà del Comune, si effettuarono i lavori di restauro vincolando il luogo con destinazione a Museo della Città.
Terminati i restauri nel 2003, è stato possibile procedere alla progettazione del museo, con due direttive: raccogliere i reperti antichi della città e presentare lo stesso edificio come percorso museale. Dal 2017 è visitabile nell’allestimento del primo stralcio di esposizione. Il suo completamento prevede l’allestimento della sala “Buonamorte” annessa alla chiesa. Il museo oggi si snoda nella parte della cripta di San Francesco, nel piano terra e nelle adiacenze della sagrestia e dell’altare maggiore ed è dedicato alla storia monselicense dal Neolitico al Medioevo.
E’ altresì possibile conoscere l’area degli scavi dentro e fuori la chiesa, compiuti tra la metà degli anni Ottanta e la fine del secolo scorso. L’allestimento ha tenuto conto di una descrizione accurata con pannelli specifici, anche per mettere in luce le varie fasi di costruzione della San Paolo. Si valorizza l’edificio e nel contempo si raccontano i settemila anni di storia di Monselice. Il museo è gestito in affidamento ad una Associazione culturale mediante una selezione di pervenute manifestazioni d’intenti. Per maggiori informazioni e approfondimenti visitare il sito ufficiale del museo.